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Comunicazione politica e inconscio collettivo

Esiste una scienza che si chiama “fisica sociale”: il suo compito è analizzare le reazioni automatiche, gli atteggiamenti sociali agli eventi. La fisica sociale, ci suggerisce che quando partecipiamo ad un dialogo, abbiamo due modi di poter formare la nostra opinione: ragionando in maniera consapevole o ragionando in maniera impulsiva. La differenza tra i due modi è che Il ragionamento consapevole è meditativo, individuale, lento e biologicamente ad alto consumo energetico mentre il ragionamento intuitivo è più semplice, automatico, collettivo e comporta un basso consumo energetico. Sebbene ognuno di noi è convinto di ragionare sempre in maniera consapevole, il nostro cervello cerca di risparmiare risorse e spesso si accontenta di assecondare le opinioni con cui siamo più d’accordo, quelle che reputiamo socialmente più accettabili, quelle di cui siamo già convinti.

La verità non è importante: quello che conta è il coinvolgimento emotivo. Il coinvolgimento dell’ascoltatore in una discussione è in grado infatti di generare una “realtà vera” (anche se illusoria), in cui il racconto sostituisce l’esperienza personale.

I politici spesso non fanno altro che ripetere, modificando solo la narrativa, quello di cui i cittadini sono convinti, cercando di generare una bolla di empatia (“so quello che provi”) operando l’inserimento di “frame” (cornici) che aiutino a collocare e memorizzare l’ “esperienza narrativa”.

E se da un lato le emozioni generano empatia che ci coinvolge, l’utilizzo di archetipi ci entra nel cervello.

Gli archetipi sono l’espressione dell’inconscio collettivo secondo Jung: una sorta di eredità psicologica innata in noi, un istinto primordiale. Jung teorizzò 12 archetipi, ognuno dei quali funziona sulla base delle nostre emozioni più profonde.

Negli ultimi anni la frustrazione collettiva ha generato aggressività e la ricerca di un capro espiatorio verso i propri fallimenti (non ho un lavoro ma non è colpa mia). É sempre più facile infatti cercare la risposta dei propri problemi nelle cause esterne (gli altri) piuttosto che in noi (“sei uno stronzo” “non è vero”… mentre invece dovremmo dire “ok, che ho fatto?”).

L’inconscio collettivo chiede vendetta e cerca un soggetto su cui sfogare la rabbia.

In questo contesto, la figura archetipica dell’eroe diventa la figura del leader perfetto: vuole sovvertire lo stato delle cose, ha un nemico e vuole sconfiggerlo (i comunisti di Berlusconi, i rottamati di Renzi, la casta di Grillo, gli immigrati di Salvini) e non gli manca il coraggio e la spregiudicatezza. Concentra tutte le energie su se stesso utilizzando la semplificazione riduttiva per comunicare la propria forza senza entrare mai nel merito (la forza di un sogno: cambiare l’italia, vinciamo noi, prima gli italiani).

Arthur Conan Doyle diceva “è impossibile prevedere il modo in cui agirà un uomo ma è possibile dire con precisione cosa faranno un certo numero di uomini messi insieme”.

Pensavi di aver scelto consapevolmente da che parte stare?